Pillole di Economia e Finanza

Analisi dell’andamento dei mercati finanziari
Gennaio 2018

By febbraio 8, 2018 No Comments

Leggo in questi giorni diversi articoli di giornalisti che da una parte festeggiano le grandi performance finanziarie delle borse mondiali, dall’altra paventano i rischi di una possibile correzione o, peggio ancora, di una inversione di tendenza (bolla speculativa).

È difficile come sempre fare previsioni: le sbagliano guru e premi Nobel, e per questo nemmeno io intendo scivolare nella tentazione di intraprendere pericolosi sentieri di predizione del futuro.

L’analisi del passato è sempre oggettiva mentre la previsione per definizione è soggettiva. Per cui la prima è certa, l’altra sempre incerta. Ed è veramente difficile azzeccare la previsione, almeno nel breve. Tuttavia, se si allunga l’orizzonte temporale, si possono cogliere dei trend (di crescita o di decrescita) e vi sono oggi disponibili dei dati, degli elementi, che se analizzati bene, possono aiutare a riflettere, a magari spingere a prendere delle decisioni per un lasso di tempo medio-lungo.

Vi sono tanti dati disponibili in finanza, veramente tanti, sconosciuti a molti o semplicemente difficili da comprendere; io credo che siano banalmente due i dati fondamentali, che occorre tener presente quando si analizzano i mercati e si debbano fare delle scelte di portafoglio: i tassi di interesse e l’inflazione.

Partiamo dai tassi di interesse. Da sempre, nel mondo, vi sono da una parte coloro che hanno denaro e che sono disposti a prestarlo (impiegarlo) e coloro che non ne hanno, e che lo richiedono a chi ne ha. La finanza ha il compito di unire queste due forze, e il prezzo da pagare per questo accordo è il tasso di interesse. Esso naturalmente non può che essere legato a due aspetti: al tempo entro cui il denaro viene restituito e al rischio legato al passaggio del denaro (e al suo mancato rientro). Più lungo è il tempo, più alto sarà il tasso, più rischiosa è l’operazione, più alto è l’interesse riconosciuto. In genere le persone che hanno denaro non vogliono correre rischi, perciò lo prestano a persone solvibili, che gli assicurano il rimborso del capitale. Ed è per questo che la forma base di ogni investimento in valori mobiliari è stata, e sarà sempre, il titolo di Stato, che rappresenta la forma base di ogni investimento, perché dovrebbe garantire sempre il rimborso del capitale. Il condizionale è d’obbligo, visti i casi dell’ Argentina tanti anni fa, e del Venezuela recentemente, ma in ogni caso, il titolo di Stato rappresenta la base di ogni ragionamento e di ogni scelta di portafoglio, perché rappresenta l’investimento “senza rischio”, o “risk free”, come suol dirsi. Per questo l’analisi dei rendimenti dei titoli di Stato deve essere sempre la base da cui partire.

Ma non basta, perché non sempre il ritorno economico dell’investimento (quindi gli interessi) genera reale arricchimento, a causa della presenza dell’inflazione.

L’inflazione è come la temperatura del nostro corpo: deve essere sempre calda, ma mai bollente, altrimenti diventa febbre, e fa male. Ma allo stesso modo non deve scendere al di sotto di un certo livello, altrimenti alcune cellule (e il nostro corpo con esse) muoiono.

Per questo le banche centrali attuano delle politiche, attraverso una serie di scelte, finalizzate a tenere l’inflazione stabile ad un certo livello, esattamente come avviene al nostro corpo: la temperatura ideale del nostro corpo è attorno ai 36 gradi centigradi, mentre un tasso di inflazione accettabile si attesta attorno al 2%.

Perciò, IN GENERALE, se il tasso di inflazione è sotto al 2%, le banche immettono moneta sul mercato per favorire la ripresa, se invece l’inflazione è sopra al 2%, intervengono per sedare la ripresa e tolgono moneta dal sistema, riportandolo ad un ritmo di crescita stabile. E naturalmente queste azioni saranno più incisive quanto più alto sarà lo scostamento dal 2%, livello considerato dalla dottrina economica come accettabile.

Il tasso di inflazione misura la perdita del potere di acquisto della moneta: un tasso di inflazione del 2%, significa che se la quantità di moneta a disposizione rimane costante, io potrò comprare nel tempo meno beni e servizi, precisamente il 2% in meno di quelli che compravo nel periodo precedente (solitamente un anno).

Ecco perché i sindacati periodicamente lottano per ottenere dei rialzi dei salari, per parametrarli al tasso di inflazione e garantire ai lavoratori che il potere di acquisto rimanga invariato. Ma ecco spiegato anche perché in finanza, quando si fanno degli investimenti, è importante che gli interessi superino il tasso di inflazione, altrimenti il capitale si svaluta nel tempo.

Chi ha del denaro da prestare (impiegare), quindi, oggi guarda al rischio, al tempo e anche all’inflazione, chiedendo al mercato di avere un interesse che soddisfi questi requisiti.

Se noi andiamo a guardare i dati della finanza mondiale, scopriamo come, ormai da un po’ di anni, stiamo vivendo un periodo di bassa inflazione.

Ma al tempo stesso, viviamo un periodo di tassi di interesse molto bassi, e spesso il ritorno reale di un investimento, cioè il guadagno in conto interessi, al netto dell’inflazione, è NEGATIVO, per effetto anche della pressione fiscale che divora i già ridotti margini di rendimento.

L’investitore che quindi oggi vuole provare non tanto a guadagnare, ma almeno difendere il capitale dall’erosione dell’inflazione, non riesce più a farlo tramite i Titoli di Stato e deve accettare un margine di rischio, e quindi virare, in parte, verso forme di investimento alternative, siano esse obbligazioni o azioni, di società private.

Ed è questo che spiega, per buona parte, la grande performance del 2017, anno in cui i risparmiatori/investitori cominciano a capire che solo partecipando alle sorti di grandi (o piccole) buone aziende, riescono ad avere un ritorno reale migliore. La richiesta di questi titoli è aumentata, e per la legge della domanda e dell’offerta, quando sale la domanda di un bene, il suo prezzo sale, ed ecco spiegati per buona parte i grandi rialzi avvenuti. Certo, non è l’unica ragione: negli USA ha pesato, per esempio, la politica fiscale espansiva promessa dal Presidente Trump, ma comunque, a livello mondiale, la principale causa è la maggiore richiesta di azioni e obbligazioni private.

Se noi ora andiamo a vedere la tendenza di altre variabili importanti, quali tasso di disoccupazione, margini aziendali, ecc. tutto lascia pensare che, in un orizzonte temporale medio-lungo, la situazione rimarrà tale, e ci sarà un’inversione di tendenza importante solo quando vi sarà un aumento dei tassi di interesse reali dei titoli governativi. Solo allora infatti, l’investitore preferirà tornare al Titolo di Stato, perché garantirà un ritorno reale positivo senza correre rischi.

La stabilità e la positività di questi elementi macroeconomici però si scontrano con tematiche che hanno a che vedere con la psicologia e i comportamenti dei risparmiatori.

Tali forme di investimento, infatti, non danno la stessa sicurezza di un titolo governativo, e pertanto sono soggette ad altalenanti oscillazioni, che spesso disorientano i possessori di tali titoli, spingendoli a comprare e a vendere nei momenti sbagliati. E fanno il gioco dei volponi del mestiere (speculatori) che avendo più informazioni, sanno invece come e quando farlo, sfruttando l’emotività del piccolo risparmiatore.

Da qui nasce il problema delle bolle speculative, che si sviluppa proprio per la mancanza di informazioni corrette.

Dunque, sicuramente la corsa dei mercati nel 2017 ha portato le quotazioni a livelli alti, e probabilmente qualcuno non vede l’ora che vi sia qualche accadimento per scatenare vendite e forti ribassi, che innescherebbero paure e correzioni degli indici di mercato. E nell’immediato futuro, situazioni imprevedibili (cigni neri) che possano cambiare gli orizzonti e gli equilibri geopolitici non mancano.

Ma ammesso che succeda qualche forte cambiamento, una volta che vi saranno questi ribassi, passata la paura, come si investe DOPO il denaro, in modo proficuo, se i rendimenti reali dei Titoli di Stato rimangono negativi? E poi, se succede qualcosa di grave, le autorità staranno a guardare? Nel 2009, in piena tempesta Lehman Brothers, si pensava alla fine del mondo, ma le autorità sono intervenute, e malgrado l’enorme gravità del problema, sono riuscite a trovare delle soluzioni; perché mai questa volta non dovrebbero trovarle?

Per questo si può affermare che se ci saranno scossoni, questi creeranno disagio e paura nel breve, ma alla fine tutto rientrerà, e le quotazioni ritorneranno nei binari giusti, che vanno nella direzione dei trend di crescita, disegnata dagli incontrovertibili dati macroeconomici mondiali: bassi tassi di interesse, bassa inflazione, bassa disoccupazione, consumi investimenti e fiducia in aumento.

In conclusione, oggi il piccolo risparmiatore è a un bivio: se non vuole correre alcun rischio (o almeno pressoché nullo) deve accettare l’idea che il suo capitale si eroderà per effetto dell’inflazione; i rendimenti reali sono negativi, quindi andrà incontro ad una perdita contenuta ma certa e costante nel tempo; certo, avrà la disponibilità immediata del suo risparmio, ma il rendimento reale risk free sarà nullo per un bel po’ di tempo!
Se invece accetta non tanto il rischio di perdere il capitale, quanto il fatto che il suo valore possa subire nel tempo delle oscillazioni, avrà un ritorno reale positivo, a patto da non farsi prendere dall’emotività e vendere nei momenti di particolare tensione. Semmai di approfittare dei prezzi bassi per comprare.

E allora, banalmente, una soluzione potrebbe essere dividere i propri risparmi in due parti: una parte la si tiene ferma, non fruttifera, a costo di andarci a rimettere in termini reali (al netto cioè dell’inflazione); essa rappresenta la prima riserva, su cui poter contare in caso di bisogno, con certezza e immediatezza, senza forti penalità.

L’altra, invece, viene lasciata libera di fluttuare e di crescere, perché comunque stiamo vivendo un periodo di ripresa economica mondiale, che è destinata a consolidarsi, anche se rimangono tante questioni sospese (in primis debiti governativi elevati e tanta/troppa finanza creativa ancora in circolazione).

Naturalmente è fondamentale che la parte investita nelle aziende private non venga dismessa, specie nei momenti di tensione e di paura che inevitabilmente ci saranno, ed in questo il ruolo del consulente finanziario è nevralgico, perché aiuta a vedere le cose con freddezza e competenza, specie in quei momenti, ed aiuta le persone a ragionare e a prendere le migliori decisioni.

In sintesi, al momento non vi sono alternative valide, e fin quando ci saranno tassi così bassi, e un’inflazione così bassa, i rendimenti dei titoli governativi poco redditizi guideranno e spingeranno gli investimenti alternativi.

Tuttavia questa soluzione rimane sempre, oltre che la mia opinione, una considerazione GENERALE, che non è detto vada bene per tutti; non esiste infatti la soluzione universale, ma tante soluzioni, che devono essere sempre ADEGUATE alla propensione al rischio di ogni singolo risparmiatore e alle sue esigenze, che sono sempre diverse, e variano da persona a persona; ed è proprio compito del consulente individuare SEMPRE una soluzione personalizzata, a seconda delle caratteristiche economiche, reddituali e familiari del investitore.

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