Pillole di Economia e Finanza

PIR – Piani Individuali di Risparmio: vantaggi, prospettive, rischi.
Maggio 2018

By maggio 14, 2018 No Comments

Da oltre un anno è entrata in vigore una legge che ha introdotto in Italia i Piani Individuali di Risparmio o PIR. Essi rappresentano una nuova forma di investimento per le famiglie italiane e sono stati introdotti per veicolare gli investimenti verso le piccole e medie imprese, le cd. PMI.

Si tratta, nella maggior parte dei casi, di Fondi Comuni di Investimento o di Polizze Vita che investono prevalentemente in Italia, esclusivamente nel settore delle PMI quotate nei mercati ufficiali.

Il PIR nasce con l’intento di creare un nuovo flusso di risorse finanziarie a favore delle PMI alternativo a quello bancario. Ciò per una serie di motivi:

  • quasi tutte le PMI non sono quotate sui mercati ufficiali e pertanto risulta molto complicato collocare azioni e obbligazioni. Fidi e prestiti bancari perciò rappresentano la principale soluzione di finanziamento (il 62% dei debiti delle PMI è infatti di natura bancaria);
  • inoltre, le banche italiane stanno vivendo un periodo di grandi difficoltà, dopo la grande crisi finanziaria esplosa a livello mondiale con il fallimento di Lehman Brothers. Da una parte, il crollo dei tassi (che ha abbassato la marginalità degli istituti di credito) e, dall’altra, le stringenti regole di Basilea II, hanno obbligato le banche a rafforzare la loro patrimonialità, costringendole a rivedere la gestione del credito e riducendo, di fatto, il flusso di risorse a favore delle imprese.

I PIR sono riservati alle persone fisiche residenti in Italia. Ogni persona fisica può investire in PIR un importo massimo di € 30.000 l’anno con un limite di € 150.000 in 5 anni.

I PIR presentano due vantaggi importanti, di carattere fiscale:

  • l’esenzione delle tasse di successione dei risparmi detenuti in PIR;
  • l’esenzione totale sui guadagni realizzati, a condizione però che l’investimento venga mantenuto per almeno 5 anni. Naturalmente è possibile disinvestire un PIR prima del quinquennio ma si perde il beneficio fiscale incorrendo nella tassazione del 26% sui guadagni (imposta sul capital gain).

Per garantire un’adeguata diversificazione interna ed abbassare il rischio dell’investimento, il Fondo o la Polizza PIR non possono investire più del 10% del proprio portafoglio in titoli di una singola azienda, evitando così di concentrare le risorse disponibili.

Gli investimenti in PIR hanno riscosso molto successo in altri paesi europei, specialmente in Gran Bretagna, dove sono stati raccolti decine di miliardi di euro che hanno permesso a centinaia di aziende di quotarsi in borsa ed ottenere denaro per sviluppare le loro attività, favorendo la creazione di nuove ricchezze e nuovi posti di lavoro.

L’analisi attenta di questi dati fa emergere la netta differenza oggi esistente tra Italia ed altri Stati Europei, gap che si spera possa essere colmato nel tempo.

Confrontando i dati, ciò che balza agli occhi è ancora il basso numero di PMI che annualmente si quotano in borsa, anche se il trend è in crescita.

Da qui emergono alcuni spunti di riflessione dietro ai quali si nascondono, secondo alcuni critici, potenziali rischi a carico dei risparmiatori e che, pertanto, meritano di essere analizzati.

Il successo dei PIR infatti verrà misurato sia dalla quantità di denaro raccolta dagli intermediari finanziari presso i risparmiatori, sia dalla quantità di aziende che si avvicineranno alla quotazione in borsa.

La quotazione in mercati ufficiali ha il vantaggio di consentire alle aziende di accedere più agevolmente ai finanziamenti ma richiede l’impegno di diffondere le informazioni inerenti l’andamento dei conti aziendali, atteso che, con la quotazione in borsa, le imprese SONO TENUTE ad una serie di obblighi e comunicazioni relative al proprio bilancio, oltre che ai progetti di investimento e di sviluppo, a tutela dei risparmiatori e degli intermediari.

La quotazione in borsa, quindi, è molto impegnativa e, in questo senso, è auspicabile che vi siano in futuro altri provvedimenti governativi per snellire i passaggi burocratici e incentivare la quotazione. Solo così si avvicineranno ai mercati ufficiali le piccole e medie realtà aziendali italiane che rappresentano spesso il fiore all’occhiello della nostra economia.

Il timore più sentito da taluni è quello sintetizzato con il termine “bolla speculativa”. Esso deriverebbe dalla possibilità che il denaro raccolto dai PIR possa essere superiore al fabbisogno reale delle aziende quotate. Se infatti la richiesta dei titoli emessi dalle PMI fosse superiore alla quantità disponibile, i prezzi dei titoli lieviterebbero e la loro sopravvalutazione potrebbe scatenare una vendita speculativa degli stessi, causando il crollo delle quotazioni. Tali timori sono avvalorati dal basso numero di PMI quotate in ITALIA, poco più di 80.

Si ritiene tuttavia che la bassa crescita di aziende che si quotano sui mercati ufficiali possa essere compensata dalla scarsa tendenza dei risparmiatori italiani ad acquistare strumenti di risparmio gestito, e quindi i PIR. Storicamente, infatti, i risparmiatori italiani indirizzano i propri risparmi in conti di deposito, titoli di stato, buoni postali, obbligazioni bancarie.

Tuttavia il crollo dei rendimenti, da un lato, e i vantaggi fiscali offerti dai PIR, dall’altro, potrebbero indurre le famiglie a destinare in futuro parte dei risparmi in queste formule alternative di investimento. Se la crescita dei PIR sarà proporzionale all’aumento delle PMI quotate in borsa, i timori di una bolla diminuiranno e le potenzialità di rendimento di tali strumenti diventeranno particolarmente interessanti.

In conclusione, i PIR possono avviare un ciclo virtuoso di ripresa del sistema economico nazionale e dare anche un’alternativa di investimento alle famiglie, oggi alla ricerca di rendimento nella gestione dei propri risparmi.

L’aspetto chiave per il successo di questa iniziativa è sicuramente “culturale”, sia per gli imprenditori che per i risparmiatori.

Le imprese, specie quelle di piccole dimensioni, hanno preferito fino ad oggi non quotarsi nei mercati ufficiali per sottrarsi agli obblighi informativi previsti, in modo da mantenere la libertà di gestire la propria azienda senza oneri aggiuntivi. La quotazione in borsa, di contro, consente l’accesso a fonti di finanziamenti alternative, con oneri finanziari nulli o molto più bassi di quelli bancari, per cui è auspicabile una evoluzione delle scelte degli imprenditori.

I risparmiatori invece dovranno comprendere che non possono continuare a tenere il denaro fermo sui conti. Occorre cambiare atteggiamento, e destinare parte dei propri risparmi anche ai PIR. È però fondamentale tenere costantemente monitorato il rapporto tra i tassi di crescita delle raccolte dei PIR e il tasso di crescita della richiesta di denaro avanzato dalle PMI quotate, per controllare il rischio “bolla speculativa”. In questo senso il ruolo del consulente finanziario è cruciale per informare, supportare e tutelare i risparmiatori nel tempo.

 

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