Pillole di Economia e Finanza

Spread, Euro e nuovo assetto politico in Italia: gli effetti sui BTP e sui mutui. Analisi e considerazioni personali.
Giugno 2018

By giugno 9, 2018 No Comments

La recente crisi politica italiana ha generato alcuni effetti sull’andamento del cambio Euro/Dollaro e sul prezzo dei BTP (i Buoni del Tesoro Pluriennali), facendo riemergere alcune preoccupazioni sia ai possessori di titoli di Stato, sia a coloro che hanno sottoscritto un mutuo.

Il Presidente della Repubblica Mattarella, quando ha respinto il primo Governo Conte, ha evidenziato come il programma di Governo e alcune figure ministeriali potevano mettere in pericolo alcuni elementi-cardine del sistema economico italiano: il risparmio e i mutui.

Cerchiamo di capire perché.

 

SPREAD sui BTP:

In generale, per dare una misura alle cose, occorre avere un riferimento, e la differenza (o scostamento) da esso attribuisce la misura ad un elemento.

In natura, ad esempio, per esprimere l’altitudine si prende come riferimento il livello del mare. L’altezza dei rilievi non è altro che la differenza tra la cima di una montagna e il livello del mare.

La SICUREZZA di uno Stato, ossia la sua SOLVIBILITÀ, non è facilmente calcolabile; motivo per cui, in finanza, è indispensabile un riferimento, esattamente come il livello del mare per l’altitudine.

Poiché la solvibilità di uno Stato altro non è che la capacità di rimborsare il proprio debito (rappresentato dai titoli di Stato), in Europa si prende come riferimento lo Stato che presenta il miglior bilancio interno, cioè la Germania, ed in particolare il rendimento dei BUND, i BTP tedeschi decennali.

La differenza tra il rendimento dei BUND tedeschi e i BTP decennali italiani si chiama “spread”.

Più alto è lo spread, più alto è lo SCOSTAMENTO tra la sicurezza economico-finanziaria del nostro Paese rispetto a quella tedesca. Più sale lo spread, meno l’Italia è ritenuta AFFIDABILE. Di conseguenza il valore dei titoli di stato italiani diminuisce perché l’investitore, a parità di rendimento, preferisce vendere i titoli meno sicuri (BTP italiani) per comprare quelli considerati più sicuri (BUND tedeschi). Per la legge della domanda e dell’offerta, se un determinato bene ha più venditori che compratori, il suo prezzo scende.

 

L’aumento dello spread quindi danneggia chi detiene già i titoli di Stato perché, se i risparmiatori dovessero decidere di venderli prima della naturale scadenza, andrebbero incontro ad una perdita. La garanzia del titolo di Stato infatti è assicurata alla sua scadenza, ma non durante il periodo di vita del titolo, periodo in cui il valore può oscillare sopra o sotto il suo valore di partenza (“sopra la pari” o “sotto la pari”).

Ed è quello che è successo nelle scorse settimane: si prenda ad esempio la quotazione del BTP con scadenza Dicembre 2026, avente una cedola lorda annua dell’1,25%: appena un mese fa era quotato a 98, oggi è quotato di poco sotto a 90. Confrontando il precedente grafico con quello in basso, si evince il rapporto inverso tra andamento dello spread e valore dei titoli di Stato: quando lo spread sale, il valore dei BTP scende.

Il vantaggio durante la vita del titolo è rappresentato dalle cedole semestrali (interessi) mentre alla scadenza del BTP il risparmiatore riceverà il valore nominale del titolo (il cosiddetto rimborso alla pari, cioè a 100), sempre però che lo Stato sia solvibile. Se nel frattempo lo Stato entra in dissesto finanziario (vedi Argentina e Venezuela), alla scadenza i risparmiatori non avrebbero neanche il rimborso del capitale investito e a quel punto tutto il sistema salterebbe.

È quindi fondamentale, per uno Stato, essere considerato AFFIDABILE, garantendo che le uscite siano sempre coperte da entrate, e possibilmente che vi sia un avanzo di bilancio che possa ridurre, nel tempo, parte del debito pubblico. Solo in questo modo lo spread si abbassa, avvicinandosi a quello dei tedeschi, dando fiducia e garanzie ai risparmiatori.

 

 

MUTUI:

I mutui possono essere a tasso fisso o a tasso variabile.

Dopo il 2008, molti mutui sono stati collocati dalle banche italiane a tasso variabile e chi li ha sottoscritti ne ha tratto un grande beneficio perché, grazie al forte ribasso dei tassi di interesse registrato negli ultimi dieci anni, ha visto ridursi l’importo delle rate del proprio mutuo.

I tassi di riferimento dei mutui sono due:

  • per i mutui a tasso variabile, l’EURIBOR,
  • per i mutui a tasso fisso, l’EURIRS.

Le banche sono delle aziende di intermediazione del credito, perché raccolgono i risparmi da alcuni (pagando loro un rendimento) e li prestano ad altri, ad un tasso evidentemente più alto. Il margine, cioè la differenza tra i due tassi (debitore e creditore) è il guadagno della banca.

In caso di necessità, le banche possono chiedere denaro alla BCE; la Banca Centrale Europea fornisce così liquidità alle banche italiane, ma chiede in cambio delle garanzie: solitamente esse sono rappresentate dai titoli di Stato, che le banche hanno in portafoglio.

Se, per effetto dell’aumento dello spread, il valore dei titoli di Stato diminuisce è evidente che le banche raccolgono meno liquidità. Di conseguenza sono costrette a chiedere denaro nel mercato interbancario, ad altre banche più solide. Le banche che chiedono liquidità, non avendo più titoli di Stato da offrire in garanzia, ottengono prestiti interbancari a tassi più elevati e, a loro volta, prestano il denaro a tassi ancora più alti.

Ed ecco che siamo arrivati alla relazione finale: lo spread aumenta, i titoli di Stato perdono valore, le banche sono meno garantite, salgono i tassi di interesse e con essi le rate di prestiti e mutui.
Naturalmente ciò riguarda i finanziamenti sottoscritti dopo il rialzo; nulla cambia invece per i mutui sottoscritti in precedenza, le cui rate rimangono pressoché stabili perché basate su uno spread FISSO + un tasso di riferimento (euribor, irs, ecc.).

 

EURO:

Ogni qualvolta si diffondono voci circa l’instabilità monetaria nell’area Euro e si paventa la possibilità che qualcuno esca dall’UE, il primo effetto sui mercati è il DEPREZZAMENTO dell’Euro e poiché la moneta più importante di riferimento è il dollaro, le variazioni si registrano in modo evidente sul cambio Euro/Dollaro. Quindi quando l’euro si indebolisce e perde valore, scende il cambio e con 1 euro si comprano meno dollari: qualche giorno fa con 1 euro si compravano circa 1,15 dollari mentre anni fa con 1 euro si compravano 1,60 dollari.

L’euro perde valore perché si teme un disgregamento dell’unione monetaria europea.

I mercati (e quindi le aziende di tutto il mondo) stabiliscono ogni giorno le loro scelte di investimenti, di acquisti e di vendite dei beni in base anche al prezzo dell’euro. Se cambiano gli scenari anche per semplici voci o timori, le scelte di acquisto e vendita vengono riviste, gli operatori reagiscono nervosamente, vendendo alcune posizioni in euro e si ancorano su monete/valori più forti (dollaro, oro, ecc.) facendo scendere il valore dell’euro.

Il motivo che ha scatenato il ribasso dell’euro negli ultimi giorni è basato proprio sull’avvento e sulle dichiarazioni dei due movimenti politici che costituiscono il nuovo governo italiano, che hanno alimentato i timori sulla tenuta dei nostri conti pubblici e quindi sulla possibilità che l’Italia non rispetti i paletti previsti dagli accordi comunitari.

Non è necessario che avvenga qualcosa di tangibile per generare un ribasso. Bastano semplici voci/timori (spesso alimentati volutamente per intenti speculativi).

 

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Fin qui la spiegazione tecnica.

Ora mi permetto di dire la mia opinione, che naturalmente può non essere condivisa e soprattutto non può e non deve rappresentare un consiglio per effettuare investimenti, né influenzare le vostre scelte di portafoglio. È solo la mia idea, basata su numeri e su alcuni ragionamenti che desidero esternare.

 

Ciò che mi ha fatto più sorridere in questi giorni è stata la campagna di demonizzazione della Germania e di altri leaders europei, rei di averci giudicato e di aver condizionato le nostre scelte economiche, nonché le copiose critiche sui mercati finanziari, considerati i mandanti di un mero attacco speculativo finanziario.

È stata una sorta di caccia al responsabile, un voler attribuire la colpa a qualcuno. Atteggiamento che spesso (la psicologia ce lo insegna) cela una preoccupante incapacità di convivere con un proprio senso di colpa.

 

Il debito pubblico italiano è esploso nei primi anni ottanta e la sua crescita non si è mai fermata. Si sono succeduti governi di tutte le estrazioni politiche ma nessuno è riuscito a ridurlo sensibilmente, per un motivo banale: pagare un debito COSTA! E nessuno lo vuole pagare! Anzi si è pensato di saldarlo, creandone uno più grande!!

Per ridurre il debito occorre attuare una politica di rigore fatta di rinunce, lacrime e sudore, come diceva Churchill. Ma nessun politico, negli ultimi 40 anni di storia repubblicana, ha mai sbandierato durante la campagna elettorale o messo nel programma di governo una lungimirante azione di recupero del debito, per un solo motivo: per paura di non essere rieletto.

Ed è anche semplicistico scaricare la colpa sui politici, perché questi sono i rappresentanti del popolo, e se i nostri governanti hanno continuato ad attuare questa disastrosa politica è perché qualcuno glielo ha permesso, attraverso il voto, o peggio ancora il non voto.

E alla fine, nei primi anni del nuovo millennio, poiché nessuno voleva assumersi questa responsabilità, cioè quella di pagare un enorme debito, si è scaricato su di un ente sovranazionale questa responsabilità: l’Unione Europea. Aderendo all’Unione Europea, l’ITALIA ha infatti sottoscritto un impegno (accordi di Maastricht) con cui DEVE controllare i conti pubblici, pena MULTE SALATE.

L’Italia, per nostra sfortuna o fortuna, ha firmato degli accordi di stabilità con i Paesi dell’Unione Europea.

Si può discutere sulla incapacità dei nostri politici, sulla non fondatezza del cambio LIRA/EURO, sulle esternazioni di alcuni rappresentanti politici europei che dovrebbero imparare educazione e comunicazione, sulle tante speculazioni finanziarie che periodicamente vengono effettuate in modo vergognoso ed incontrollato, ma resta il fatto inequivocabile che ormai noi abbiamo ceduto la nostra sovranità economica nazionale a causa della nostra incapacità di gestire il nostro debito. E siamo responsabili tutti, sia i governanti, sia chi li ha votati, a partire da me.

Ci resta solo una cosa da fare: accettare le nuove regole, metterci al lavoro e focalizzarci da ora in avanti su due aspetti: lotta alla corruzione e riduzione del debito pubblico, attenendoci alle disposizioni comunitarie firmate. Solo così recupereremo credibilità in Europa e sui mercati finanziari, i quali non sono demoni: sono semplicemente lo specchio della nostra situazione, della verità, e la verità, si sa, fa male.

 

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È realistico e opportuno per l’Italia uscire dal sistema Euro?

Nessuno è in grado di calcolare i costi e i benefici di un’uscita dall’euro e quindi neanche io mi arrogo il diritto di farlo. Posso però fare delle considerazioni: l’uscita dall’euro potrebbe essere una buona soluzione per alcuni Stati perché, riprendendo in mano la politica monetaria e fiscale, si avrebbero due vantaggi:

  • si sfrutterebbe il cambio favorevole che all’inizio sarebbe penalizzante (aumento spaventoso delle materie prime, in primis il petrolio quotato in dollari) ma a lungo permetterebbe alle aziende nazionali di esportare più facilmente e attrarre nuove risorse dall’estero;
  • si tornerebbe ad essere padroni del proprio debito, uscendo dai rigidi paletti imposti da Bruxelles e avviando nuove politiche fiscali espansive.

 

Ma questo significa creare nuovo debito!!

E alla fine chi lo paga??

 

L’uscita dall’euro avvantaggia gli Stati che hanno un debito contenuto e una classe politica preparata e pulita! Ma l’Italia non è uno di essi, purtroppo.

Ecco perché a me spaventa il ritorno alla lira, non tanto per le conseguenze economiche, quanto per motivi politici: se in 40 anni non siamo mai riusciti da soli a ridurre il debito pubblico (ed allora non era alto come oggi), voi vi fidereste OGGI delle promesse di riduzione del debito pubblico ad opera di nuovi governanti italiani? O è meglio essere richiamati in continuazione da “mamma UE” per rimettersi in riga?

Pensate all’educazione di un bambino: se si vuole insegnare il rispetto delle regole, cosa bisogna dire al proprio figlio? Fai quello che vuoi, tanto alla fine non paghi tu, pagheranno gli altri??

Ed ecco perché io auspico che l’Italia non esca dall’Euro, perché NOI, DA SOLI, NON SIAMO CAPACI DI RIDURRE IL NOSTRO DEBITO e in questo momento occorre una guida rigida che ci supporti, anche se questo, e ciò va sottolineato, NON DEVE AVVENIRE CON SUDDITANZA ma sempre con un approccio contrattuale con gli altri Stati.

 

Infine, faccio un ragionamento logico che mi spinge a pensare che l’Italia non uscirà dall’Euro.

Il motivo è semplicissimo: è lo stesso per il quale l’Italia per 40 anni non è riuscita a ridurre il debito pubblico: LA PAURA DEI GOVERNANTI DI NON ESSERE RIELETTI.

Infatti, proprio perché l’uscita dall’Euro genera dapprima effetti devastanti, salvo poi riprendersi nel lungo, lunghissimo termine, nessun politico sarebbe disposto ad assumersi la responsabilità di questa scelta perché aggraverebbe nel breve la situazione degli italiani i quali, come reazione, non comprendendo la lungimirante scelta, NON RIELEGGEREBBERO MAI i governanti uscenti.

Per questo credo che l’attuale Governo, al di là delle promesse elettorali, si adeguerà ai limiti imposti da Bruxelles e cercherà di fare l’unica cosa che si possa fare in questo momento: ottenere agevolazioni fiscali e quindi contributi comunitari, che saranno tanto più cospicui quanto più concreta sarà la politica di rigore attuata da questo e dai futuri Governi.

In questi termini condivido l’approccio del Professor Savona e la sua “teoria dei giochi”, il cui obiettivo però non può e non deve essere (e non sarà) l’uscita dell’Italia dall’Euro, quanto una battaglia politica finalizzata ad ottenere dei meccanismi compensativi di politica fiscale per perequare una politica monetaria che ad oggi ha avvantaggiato solo la Germania.

Ma fin a quando non dimostriamo coi fatti di saper ridurre il debito pubblico da soli, non avremo potere contrattuale ed otterremo sempre meno. Potremo riempire le piazze, urlare il nostro disappunto ma la verità è che occorre rimboccarsi le maniche e soffrire ancora più di prima.

La battaglia a Bruxelles comincia a Roma: bisogna rifondare le regole interne per migliorare i conti pubblici, accettare ancora un periodo di grande sacrificio per ridurre il debito pubblico. Solo allora potremmo battere i pugni sul tavolo e ottenere qualcosa in Europa.

Quando questo succederà, l’euro si rafforzerà, lo spread dei BTP calerà (e quindi il valore dei titoli di Stato risalirà), le banche avranno la liquidità da immettere nel sistema, i tassi dei mutui continueranno ad essere bassi e, se si useranno in modo proficuo le risorse interne e quelle comunitarie, ripartirà l’occupazione e con essa tutta l’economia italiana.

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